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L’altra faccia della medaglia: una
interpretazione delle elezioni palestinesi.
dr. Mitri Raheb
La schiacciante maggioranza
prevista dai sondaggi prima delle elezioni é stata un’illusione. Si era previsto
più o meno il 40% dei voti per Fatah, il partito al governo, il 40% per Hamas e
circa il 20 % per i quattro piccoli partiti “indipendenti” o “di sinistra” tutti
insieme.
Tutti sarebbero stati felici di un tale esito. Fatah pensava che sarebbe stato
ancora il partito di maggioranza, anche se avesse dovuto coalizzarsi con uno o
due partitini per formare il governo.
Hamas sarebbe stato felice di aver ottenuto così tanti voti e anche di rimanere
in una pigra funzione di opposizione e i piccoli partiti si sarebbero sentiti
importanti poiché sarebbero stati mediatori o distruttori di ogni accordo.
Il risultato, con Hamas vincitore assoluto, è stato un colpo per tutti.
Per Fatah il colpo è stato la perdita del potere e dell’ ”Authority” per la
prima volta dalla sua fondazione nel 1964. Con il suo solo 32% dei seggi nel
Consiglio Legislativo, Fatah é ora il secondo partito, una posizione cui non era
abituato.
I partitini sono rimasti ugualmente sconvolti scoprendo quanto poco contino,
avendo raggiunto tutti quattro insieme meno del 7% dei voti.
Lo stesso Hamas è rimasto sbalordito poiché non aveva previsto una vittoria così
ampia e non era ancora pronto per governare.
I Palestinesi sono stati sopraffatti: sebbene avessero votato per cambiare non
avevano immaginato quanto sarebbe successo.
Anche l’amministrazione degli Stati Uniti è rimasta sgomenta poiché non si
aspettavano questi “democratici” risultati. Pure Israele è stata sorpresa perché
i suoi servizi hanno fallito nelle previsioni del risultato.
E infine i Palestinesi cristiani si sono preoccupati. Hanno preso sette seggi
nel nuovo Consiglio Legislativo, sei dei quali in seguito alla quota minima che
concede loro l’ingresso in consiglio per decreto presidenziale. Tutti sei
icristiani eletti appartengono a Fatah. Solo l’altra cristiana, la dr. Hanan
Ashrawi, é stata eletta come membro della lista “Third Way”; era la seconda
candidata di quella lista, che, tra l’altro, era l’unica ad avere un cristiano
in un posto sicuro.
La maggioranza dei Palestinesi cristiani, così come un numero significativo di
intellettuali mussulmani laici, sono spaventati dal programma sociale di
islamizzazione di Hamas, dove si trovano opzioni come il codice di
abbigliamento, la proibizione degli alcolici ecc.
Ci vorrà tempo per assorbire le vaste ramificazioni di questo trauma. Eppure,
ora che è capitato, dobbiamo analizzare ciò che sta realmente accadendo nella
nostra società. Un amico ieri mi ha apostrofato dicendo: “Tu sei stato sempre
capace di parlare delle opportunità infinite che ci sono dietro i grandi
cambiamenti; ne vedi ancora qui?” La mia risposta è stata “Certamente!”.
Ciò non fa di me uno che minimizza la minaccia e il pericolo che stanno dietro
questa “rivoluzione verde”. Né io ignoro la possibilità di una islamizzazione
della società o di uno scontro potenziale fra Hamas e Fatah o la probabilità di
un isolamento internazionale della Palestina.
Tuttavia bisogna guardare l’altra faccia della medaglia.
Questa è la sola volta in cui un partito di governo in Medio Oriente è stato
messo fuori gioco pacificamente, con elezioni democratiche. Non possiamo che
accettare questo risultato come il modo migliore per un’alternanza di potere.
Il popolo ha deciso che ne aveva abbastanza di Fatah e del suo governo. Ha
scelto il cambiamento
Questo cambiamento non ha a che fare solo con il potere di Hamas ma anche con un
processo necessario per la nostra società. In realtà questo cambiamento
significa la fine dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP)
come l’abbiamo conosciuta, perché i suoi partiti e le sue strutture non hanno
più relazione alcuna con i problemi della società palestinese.
Ora deve emergere un nuovo panorama politico. Tutto ciò comporta possibilità
sconfinate.
L’identità di Fatah dopo Arafat deve prendere forma. I partiti di sinistra in
Palestina devono svegliarsi dai loro dolci sogni e dalle ideologie, unirsi,
ristrutturarsi e sviluppare una nuova visione.
Hamas ora è obbligato a mostrare la sua capacità di mantenere ciò che ha
promesso e di imparare a governare piuttosto che essere in una tranquilla area
di opposizione. Il popolo palestinese deve abituarsi a richiamare regolarmente i
suoi rappresentanti alla responsabilità tramite i mezzi offerti da elezioni
democratiche.
E infine che dire dei Palestinesi cristiani?
La mia risposta è che noi siamo chiamati a non avere paura e a non essere
bloccati dal panico né a ritirarci di fronte alla sfera pubblica. Noi siamo
chiamati a non sentirci come se fossimo solo spettatori ma piuttosto a
partecipare in molti a questa ricerca dell’identità palestinese. Siamo chiamati
a rimpiazzare le vecchie e inefficaci strutture impegnandoci in questo processo
di costruzione di un nuovo sistema politico che sia moderno, significativo e
affidabile. In un contesto in cui la religione è diventata oggetto di commercio
siamo chiamati ad offrire un senso di profonda spiritualità.
In un contesto di disorientamento la nostra vocazione è quella di offrire la
visione di una nuova promessa e di un’identità dinamica. Essere capaci di
partecipare non è solo una sfida ma un onore e un privilegio.
E’ in tempi come questi che c’è più bisogno di noi. |