A sermon given by Rev. Dr. Mitri Raheb at Christmas Lutheran Church on Sunday, May 12th.
Sermone del Rev. Dr. Mitri Raheb.
Domenica12 maggio 2002–
Chiesa Luterana del Natale.
Sono passati quaranta giorni dal nostro ultimo incontro.
Quaranta giorni é il tempo che trascorre fra la Resurrezione e l’Ascensione; è
il periodo che i primi discepoli passarono impauriti dietro porte e finestre
sbarrate (Gv 20, 19).
Noi abbiamo trascorso un periodo altrettanto lungo assediati, bloccati dalle
forze di occupazione che distruggevano le nostre strade, circondavano le nostre
chiese e terrorizzavano i nostri bambini.
Quaranta giorni rappresentano la primavera che ci è stata rubata.
Le nostre città furono invase alla fine dell’inverno mentre noi indossavamo
ancora gli abiti invernali e i maglioni. Solo ieri siamo usciti dalle nostre
case indossando abiti estivi corti e leggeri come se ci fossimo trasferiti con
un batter di ciglia dall’inverno all’estate.
Ma è la primavera della nostre vite che ci è stata sottratta.
Abbiamo perso l’immagine splendida dei gigli rossi che coprono i nostri campi.
Non abbiamo goduto il verde dei prati né sentito il rinnovarsi della vita nei
nostri campi, sulle montagne, nelle valli.
Chiusi nelle case come prigionieri, bloccati davanti alla televisione e alla
radio che aumentavano la nostra sofferenza, siamo stati privati della gioia del
sole dorato di primavera e ci sono state negate le abituali escursioni e le gite
scolastiche.
Questa mattina abbiamo cominciato il santo servizio leggendo un salmo che
veneriamo e rispettiamo profondamente.
“Il Signore è la mia luce e la mia salvezza;
di chi temerò?
Il Signore è il baluardo della mia vita;
di chi avrò paura?”
Un salmo che amiamo, ma mentre lo leggiamo oggi improvvisamente scopriamo che ci
é estraneo e lontano dalla nostra esperienza, come se non si applicasse a noi o
ad altri esseri umani.
Non avete udito l’autore del salmo che dice:
“ Quando i malvagi, che mi sono avversari e nemici, mi hanno assalito per
divorarmi,
essi stessi hanno vacillato e sono caduti”.
Già noi dovremmo accettare che i carri armati dei vincitori abbiano conquistato
le città della West Bank in poche ore, molto più velocemente che nella guerra
dei sei giorni nel 1967. Nulla e nessuno è stato in grado di fermare i carri
armati, i mezzi corazzati e le macchine da guerra di chi ci ha occupato.
La storia testimonierà che, se escludiamo il campo dei rifugiati di Jenin, le
forze di occupazione in questa guerra hanno perso solo due soldati. Ciò potrebbe
stimolare la voglia di occupazione a ripetere l’invasione ancora e ancora.
Veramente quanto è lontano l’autore di questo salmo dalla nostra situazione.
Non lo avete udito cantare
“Se un esercito si accampasse contro di me,
il mio cuore non avrebbe paura;
se infuriasse la battaglia contro di me,
anche allora sarei fiducioso”.
Noi ascoltiamo queste parole e ne restiamo stupefatti.
Qualcuno ci sta dicendo che David aveva il morale alto ed era coraggioso.
Già, noi diciamo che i giorni di Antar Bin Shadad e Abu Zied al-Hilali sono
superati.
Nel tempo della guerra elettronica, una guerra che i nostri bambini e noi stessi
stiamo vivendo, non c’è posto per un morale alto. Il suono delle sirene degli
apparecchi automatici di controllo che invadeva il nostro spazio, che forava le
nostre orecchie, era la prova di questa guerra elettronica. Una macchina
fotografica elettronica controllava il fucile automatico, sistemato su una gru,
che uccise un giovane sulla porta della chiesa di S.Caterina della Natività.
“Se un esercito si accampasse contro di me,
il mio cuore non avrebbe paura;
se infuriasse la battaglia contro di me,
anche allora sarei fiducioso”.
Noi sentiamo quelle parole e ci chiediamo se appartengano a qualcuno che
sopporta la guerra e la sua pena con leggerezza.
Quelle parole non ci richiamano forse le affermazioni fatte da qualche ufficiale
dell’apparato di sicurezza della Palestina, o i discorsi fatti da qualche leader
politico che diceva: “Siamo pronti a qualsiasi invasione e faremo delle nostre
città le loro tombe”?
Il suono di quelle parole non è simile a quelle che potrebbero raggiungerci,
pronunciate da un giovane, privo di esperienza della vita? Non suonano come se
fossero le parole di un uomo in una crisi di mezza età, proclamate di fronte a
un gruppo di donne per provare la sua virilità?
Non tu autore di questo salmo. Noi temiamo la guerra come temiamo questi slogan.
La guerra è orrenda, offensiva e dannosa. Noi non siamo contenti di sentire
giovani israeliani e palestinesi parlare della guerra sulle stazioni della
televisione satellitare come se fosse un pezzo di dolce arabo.
Non tu autore di questo salmo. Noi temiamo la guerra, perché quelli che non la
temono non ne sono inorriditi.
La guerra è distruttiva, non distingue il verde e dall’aridità, il bene dal
male.
Non tu autore di questo salmo. Noi temiamo la guerra non perché vogliamo
arrenderci, ma per saggezza, previdenza, razionalità.
Noi diciamo, grande sofferenza alla nazione che vede nella guerra un modo per
stabilire il suo dominio. Lo diciamo a tutti i popoli del nostro territorio,
israeliani, palestinesi e nazioni arabe.
Abbiamo dimostrato l’un l’altro che i nostri giovani palestinesi sono capaci di
trasformare i caffè di Israele in tombe e che i giovani israeliani sono capaci
di trasformare le nostre strade in depositi di detriti.
La guerra è costosa e l’autore di questo salmo lo sapeva. Per questo lo sentiamo
dire “mio padre e mia madre mi hanno abbandonato”.
Quelli di voi che vedevano Sami Abdeh, vicino di questa chiesa ed ex allievo
della nostra scuola, chiedere per le strade di questa città, avvicinandosi ad
ogni arabo e forestiero che vedesse e ad ogni giornalista che gli capitasse a
tiro, dicendo loro: “Mio padre e mia madre mi hanno lasciato. Sono stati uccisi
nella nostra casa. Sono rimasti là per 35 ore a dissanguarsi e nessuno mi ospita”
Quelli che videro Sami e sentirono il suo pianto, compresero quanto orrenda sia
la guerra.
Quelli che videro i nostri bambini privati dell’istruzione e della luce per le
loro menti formazione sanno quanto costi la guerra, che ci riduce all’oscurità e
all’ignoranza.
Quanti fra voi hanno visto le loro famiglie prive di pane, di ogni fonte di
reddito e di dignità, mettersi in fila per procurarsi rifornimenti e pasti
d’emergenza, capiscono quanto questa guerra umili la dignità umana, fatta
eccezione per quei pochi che sono signori della guerra.
Veramente, autore di questo salmo, noi temiamo la guerra, salvo un singolo caso.
La guerra non ci spaventa se le sue fiamme scottano, ci insegna come a bambini
piccoli come evitarla. La guerra è un fuoco che incenerisce e la cosa peggiore è
che fondamentalisti, arabi come americani, nutrono questo fuoco con le loro
proprie interne ragioni. Lo abbiamo imparato tutti? Noi abbiamo imparato che la
guerra non è un matrimonio anche se ci alziamo per danzare al ritmo delle mani
che gli arabi battono per noi sulle stazioni televisive, o quando gli israeliani
scelgono gli sposi e li presentano pronti per la festa di nozze ogni volta che
AIPAC paghi il biglietto?
Proprio così, autore di questo salmo!
La guerra non ci spaventa perché non ci separerà e non può separarci da Dio,
nostro signore: “Qualora mio padre e mia madre m'abbandonino,il Signore mi
accoglierà.
Lo diciamo perfino nel tempo di guerra e Dio ci accoglierà.
Non abbiamo sentito al presenza del Dio risorto fra noi anche nella nube oscura
del bombardamento e dell’assedio? Non abbiamo sentito le sua mano pietosa che ci
sosteneva?
Ieri ho incontrato molti membri di questa chiesa che mi hanno detto:
“Ci manca la chiesa. Ci manca il canto degli inni. Stiamo aspettando con ansia
di tornare insieme, di pregare insieme, di cantare insieme”. E’ vero, la guerra
non potrà separarci dal nostro salvatore.
Perciò cantiamo: “Dio è la mia luce e la mia salvezza, di chi avrò paura?”
Questo mi ricorda una storia commovente che ho sentito dalla signora Haddad, una
cristiana libanese, all’inizio degli anni ottanta. Mi diceva:
“Era una domenica mattina, la domenica di Pasqua. La guerra civile libanese era
al culmine. Ci riunimmo per pregare, Ci riunimmo per celebrare la Pasqua. La
bombe cadevano attorno alla chiesa e il suono dei proiettili forava l’aria.
Sentivamo al morte avvicinarsi. In quel momento il coro stava cantando: Cristo è
risorto dalla morte e ha sconfitto la morte con la morte, dando vita a quelli
che erano nella tomba”.
Si continuava a sparare, le bombe continuavano a cadere e il suono delle
esplosioni diventava sempre più forte. Noi continuavamo a cantare: “Cristo è
risorto dalla morte e ha sconfitto la morte con la morte, dando vita a quelli
che erano nella tomba”.
La guerra non ci spaventava perché non vince il nostro salvatore e di
conseguenza non vince noi.
La guerra non mi fa paura perché non allontana Dio da me.
Al contrario la guerra ha aumentato il nostro desiderio di Dio. Ha rafforzato la
dedizione al nostro salvatore. Ha rafforzato il nostro convincimento nella
grandezza della fede!
La guerra non ci spaventa, al contrario. Ci ha avvicinati gli uni agli altri e
riuniti in ogni parte del mondo: Palestinesi, Americani, Tedeschi, Norvegesi,
Svedesi e israeliani.
Proprio tu autore di questo salmo. La guerra non ci spaventa perché non può
rubarci il nostro sogno di libertà, il sogno di indipendenza e salvezza. La
guerra non può rubarci la visione di un futuro migliore.
Ricostruiremo le strade che la guerra ha distrutto. Sostituiremo Betlemme 2000
con Betlemme Futuro.
Pianteremo altri alberi al posto di quelli che sono stati sradicati.
La guerra non può vanificare i nostri piani.
Può allungare i nostri piani di qualche mese, ma non distruggerli.
La guerra non ci porterà via l’immagine di una vita in pace con i nostri vicini.
La guerra non conseguirà i suoi scopi e per questo non ci spaventa.
Continueremo a piantare e a raccogliere, a costruire, a insegnare e ad educare a
disegnare arcobaleni nel cielo.
Davvero, autore di questo salmo, la guerra non ci spaventa.
Piuttosto ci ha insegnato a non lasciare le nostre strade come un campo aperto
per le“sparatorie dei matrimoni” e che dobbiamo reclamare le nostre strade.
Non lasceremo il nostro futuro nelle mani degli ignoranti ma ci rimboccheremo le
maniche e assumeremo al responsabilità dei nostri villaggi e delle nostre città.
E’ vero, la guerra ci ha insegnato che una nazione non può essere costruita
senza onestà. Non ci sarà futuro senza giustizia, legalità, organizzazione e
trasparenza, responsabilità e democrazia.
La guerra ha cresciuto la nostra determinazione di non lasciare il campo ad
altri. Piuttosto noi tutti dobbiamo impegnarci a costruire una nuova patria.
Non dobbiamo accettare che la politica diventi pazza.
Non accetteremo il caos che ci porterà alla sofferenza.
Piuttosto la politica sia giustizia, pianificazione, ordine, responsabilità e
noi tutti siamo chiamati ad impegnarci.
La pace è un processo di collaborazione. E’ una pietra posta sopra le altre. La
rinascita è un processo di collaborazione e noi non permetteremo a nessuno di
distruggerla. Il progresso è un processo di collaborazione. Una nazione non può
fare un passo avanti e due indietro. La guerra non ci spaventa perché noi siamo
stati bruciati dal suo fuoco. Abbiamo imparato a tenerci stretti al nostro sogno,
ad assumerci le nostre responsabilità, a rafforzare la nostra fede.
O guerra dov’è il tuoveleno?
Oh guerra dov’è la tua vittoria?
Siano rese grazie a Dio che ci dà la vittoria per mezzo del Signore nostro Gesù
Cristo!
(1 Cor 15, 57) Amen